Questo libro è stato uno dei primi che ho letto, attirata dalla promessa di trovarmi davanti a un saggio travestito da romanzo, quindi un oggetto più fruibile per una neofita che non una raccolta di storie di club o tattiche di gioco.
Non sono stata delusa.
Seguendo la vita di Marco, prima bambino entusiasticamente innamorato della palla ovale, poi uomo impegnato e serio professionista, veniamo introdotti pian piano in un mondo strano, dove le regole sono sovvertite. Sporcarsi di fango non è motivo di rimproveri materni, il contatto fisico non è socialmente sbagliato e per avanzare bisogna lanciare la palla indietro.
Sembra strano, ma non lo è.
Sono le leggi di un gioco che appassiona milioni di spettatori in tutto il mondo, sono le leggi del “popolo del rugby”.
Una prefazione di Claudio Bisio (rugbista solo nella finzione cinematografica, ma contagiato senza scampo dal “virus ovale”) ci introduce in questo strano universo in cui l’estraneo, per quanto ben mimetizzato, viene scoperto subito dalla richiesta di una “chiara piccola” durante un terzo tempo fatto di numerosi giri di pinte.
Segue un bellissimo intervento di Valerio Vecchiarelli che, tra le altre cose, mette finalmente a nudo il vero problema del rugby in Italia.
“Forse il grande limite del rugby alle nostre latitudini, della diffusione del rugby, è proprio questo suo creare una casta. I rugbisti fanno fatica a spiegare, parlare, discutere con chi non può capire e allora spesso si rifugiano tra loro.”
Purtroppo si tratta di una triste verità, contro cui io stessa mi sono scontrata più di una volta. Gli appassionati della prima ora, quelli “duri e puri”, non sono molto disponibili con chi (magari inizialmente spinto da motivazioni tutt’altro che agonistiche, è vero) vorrebbe approfondire la conoscenza di questo sport.
Le partecipazioni televisive dei nostri azzurri vengono bollate come divismo (o peggio), senza considerare che, magari, una mamma che ha seguito con occhio benevolo le interviste della Ventura ai fratelli Bergamasco, potrebbe un domani non essere così ostile alle richieste di suo figlio di praticare un gioco comunemente ritenuto violento e pericoloso.
Partono, quindi, le avventure di Marco che si concludono con la cronaca di una partita immaginaria. Questo escamotage permette (insieme a uno stilizzato schema del campo di gioco) di spiegare le principali regole del rugby in maniera chiara e avvincente, rispettando quello che è lo spirito originale dell’opera, a cavallo tra divulgazione e racconto.
Ho apprezzato poco, invece, l’intervista finale con Massimo Mascioletti. Per carità, è interessante, ma secondo me stona un po’ col taglio dato al resto del libro.
In conclusione, direi che si tratta di un’opera scorrevole e intrigante, dedicata a un pubblico digiuno (o quasi) della materia, ma comunque ad essa interessato.
“Perché non è solo un gioco. A rugby in campo tutto gira intorno a una parola: sostegno. Il rugby è implosione, è respirare il compagno, è tenerselo vicino per andare insieme a spaccare il mondo. Il calcio, tanto amato da queste parti, è esplosione, è scappare il più lontano possibile, è l’estro di un individuo che da solo può fare la storia. Uno, nel rugby, è nessuno. Forse come nella vita”
(tratto da una mia recensione pubblicata su Ciao.it
http://www.ciao.it/Il_fango_e_l_orgoglio_I...pinione_1000452 )
"Rugby e amore di assomigliano: sono passione, sentimento, legame, sono voce del verbo dare. Si sà per il solo piacere di dare.
Il ricevere viene dopo: non è l'obiettivo, semmai una conseguenza"
Alessandro Troncon